LA RESISTENZA IN ITALIA

L’8 Settembre 1943 è la data dell'annuncio del capo del governo Badoglio, dell'armistizio con gli Alleati e della fine dell’alleanza con la Germania, la conseguenza immediata fu la dissoluzione dell’esercito italiano e la cattura di centinaia di migliaia di soldati a causa della mancanza di precise disposizioni da parte dei Comandi. Questa data segna l’inizio del movimento della Resistenza, che fu la spontanea reazione al ventennio fascista, all’alleanza con la Germania e ai risultati disastrosi della guerra.

Il movimento di liberazione Nazionale e la Resistenza ebbero come motivazioni la cacciata dei tedeschi, l’abbattimento del fascismo, la fine della guerra, il ritorno alla libertà e alla democrazia; così numerosi cittadini presero in mano le armi e cominciarono la guerriglia antifascista, ma non solo: essi infatti proteggevano, rischiando spesso la vita, i ricercati dai nazifascisti e i partigiani.

L’esercito combattente della Resistenza era costituito dai Gap (Gruppi d’azione patriottica), dai Sap (Squadre d’azione partigiana) e da bande di partigiani, questi gruppi erano legati ai vari C.L.N. (Comitati di Liberazione Nazionale), essi operavano sia in pianura che in montagna in clandestinità, contro la terribile repressione dei tedeschi contro il popolo italiano dopo l’armistizio. Gli aderenti a questo movimento si stima siano stati circa duecentosettantamila.

L’efficacia dei colpi inferti all’esercito tedesco non tardarono a farsi sentire, infatti i partigiani nelle loro azioni miravano alla sicurezza dei rifornimenti e a ostacolare le azioni belliche. Tuttavia sorsero anche i primi problemi dovuti alle armi sicuramente inferiori in numero rispetto a quelle del contingente tedesco e alle munizioni. Ma ben presto anche questi problemi vennero risolti dagli alleati che negli ultimi mesi della guerra fecero numerosi lanci rifornendo i partigiani con armi e munizioni soprattutto al nord della penisola.

Grazie agli aiuti inviati soprattutto al nord e l’arrivo degli Alleati al sud, possiamo affermare che la Resistenza fu maggiormente combattuta a settentrione, mentre al meridione la Resistenza consisteva in attività ed iniziative popolari; il nord comprendeva le zone al di sopra della foce del fiume Cecina (in Toscana) fino ad Ancona; il sud le zone sottostanti.

Nell’aprile del 1945 vi fu l’ultima grande guerriglia contro i nazifascisti, anche grazie all’aiuto delle città italiane a settentrione, che insorsero una ad una.

In queste operazione di liberazione in Italia morirono moltissime persone tra civili, partigiani e politici.

Soprattutto verso la fine del conflitto, parecchie azioni presero i connotati di guerra civile dove prevaleva l’ideologia giustificante l’azione militare di rappresaglia. Tutto ciò pur non svalutando i meriti della guerra partigiana lasciò delle ombre che solo in tempi recenti sono state sollevate.

Inizialmente la Chiesa insieme ai cattolici, appoggiava il movimento fascista, in seguito il consenso fu maggiore grazie alla conclusione dei Patti Lateranensi e alla conquista dell’Etiopia, questo consenso fu intervallato da momenti di crisi, tuttavia non fu interrotto nemmeno con le aggressioni fasciste alle organizzazioni del laicato cattolico. Prima dell’inizio della guerra queste azioni non portarono mai a un ripensamento, infatti la Chiesa riteneva che il fascismo fosse uno strumento adeguato per la pratica dell’obbedienza perché il partito di Mussolini era fondato l’autorità e conseguente obbedienza. La ratifica nel 1929 dei patti lateranensi, fu la conferma agli occhi della gerarchia ecclesiastica della possibilità di modificare il fascismo per trasformarlo in un modello di governo cattolico autoritario; non incontrando pieno successo, essa aderì largamente ma non giungendo mai a una identificazione.

Nel 1938 avvennero tre fatti importanti: il regime fascista riprese un atteggiamento ostile nei confronti dell’Azione Cattolica; furono emanate le leggi razziali dal governo fascista; si concluse l’alleanza fra Italia e Germania. Questi fatti portarono al deterioramento fra la Chiesa Cattolica e il governo fascista.

Quando morì Pio XI, a lui successe Pio XII, il quale cercò di mantenere l’Italia neutrale.

LA RESISTENZA A VENEZIA

A Venezia aderirono alla Resistenza anche cattolici, laici e preti; al contrario di come si pensa il movimento abbracciò anche gli anni del regime e non solo l’ultimo anno e mezzo.

L’appartenenza dei giovani alla Resistenza era in relazione alle idee sviluppate in famiglia, per molti di questi il passaggio fu una questione di coscienza tra il fatto di sentirsi cattolici e non osteggiare il fascismo.

La Chiesa giocava un ruolo importante, ma ancora di più dell’Azione Cattolica che era incentrata nel programma "Preghiera-Azione-Sacrificio" sul quale i giovani, venivano sollecitati fin da bambini.

Molti preti, soprattutto giovani e privi di esperienza dal punto di vista storico, riuscivano ad influenzare i giovani del tempo, questo anche grazie al pensiero filofascista del patriarca che non era ben visto dal clero.

Il risveglio della Chiesa veneziana si ebbe con il risveglio della coscienza, con la riscoperta di antichi valori veneziani e cristiani, con il coraggio di sottrarsi a una propaganda diventata troppo ossessiva. Come disse un giovane partigiano condannato a morte:" Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!". Questa affermazione mostra come siano responsabili i cittadini perché non vollero accorgersi di nulla.

Dopo l’armistizio si erano installati ben diciassette sedi di comandi politico-militari tedeschi, nazisti e fascisti. Grazie all’intervento del Comitato di Liberazione Regionale Veneto-Esecutivo Militare, furono organizzate delle azioni, si verificarono scontri armati con spargimento di sangue. Durante la notte tra il 7 e l’8 luglio, furono uccisi cinque cittadini antifascisti, il 28 luglio vennero trucidati tredici prigionieri politici, a causa di un attacco partigiano a Ca’ Giustinian, inoltre dopo l’uccisione di una sentinella della marineria tedesca, furono fucilati sette prigionieri nella Riva dell’Impero in seguito chiamata Riva dei Sette Martiri.

Con il continuare della guerra si diffuse la stampa clandestina, le scritte murali di protesta e di accusa, manifestini nelle buche delle lettere.

La sera del 12 marzo 1945 vi fu un’operazione di guerra da parte di uomini provenienti dalle formazioni di montagna e di pianura e del Fronte della Gioventù, al Teatro Goldoni: alle 21,16 precise, mentre andava in scena una rappresentazione di Luigi Pirandello Vestire gli Ignudi, un gruppo di partigiani mascherati e con armi in pugno, entrarono in scena e uno di loro incitò:

«Veneziani, l’ultimo quarto d’ora per Hitler e i traditori fascisti sta per scoccare. Lottate con noi per la causa della Liberazione nazionale e per lo schiacciamento definitivo del nazifascismo. La Liberazione è vicina! Stringetevi intorno al Comitato di Liberazione Nazionale e alle bandiere degli eroici partigiani che combattono per la libertà d’Italia dal giogo nazifascista. Noi lottiamo per poter garantire, attraverso la democrazia progressiva e l’unità di tutti i partiti antifascisti, l’avvenire e la ricostruzione della nostra Patria. A morte il fascismo! Libertà ai popoli! Viva il Fronte della Gioventù!»

In seguito fecero distribuire dei volantini di propaganda antifascista. Questa operazione è conosciuta come la "Beffa del Teatro Goldoni" che aiutò la popolazione veneziana in un periodo di depressione a scuotere gli animi ormai assopiti dalla continua pressione nazifascista riaccendendo così la fiamma della speranza di una possibile e concreta Resistenza contro il regime totalitario.

 LA RESISTENZA A VENEZIA

Il film

Il terrorista

Italia, 1963, 100', b/n

Regia: Gianfranco De Bosio.

Soggetto e sceneggiatura: Gianfranco De Bosio, Luigi Squarzina.

Fotografia: Carlo Bellero.

Scenografia e costumi: Mischa Scandella.

Montaggio: Carlo Colombo.

Musica: Piero Piccioni.

Interpreti e personaggi: Gian Maria Volontè (Renato Braschi, l’"ingegnere"), Tino Carraro (De Ceva, "Smith"), Philippe Leroy (Boscovich, "Rodolfo"), Gullio Bosetti (Ugo Ongaro), José Quaglio ("Piero"), Anouk Aimée (Anna Braschi), Neri Pozza (l’avvocato Pucci, "Alfonso"), Carlo Bagno (Varino, "Oscar"), Roberto Seveso (Danilo), Franco Graziosi (Aldrighi, "Quadro"), Gabriele Fantuzzi (Darin, "Nemo"), Giuseppe Sormani (conte Perma, "Alvise"), Mario Valgoi (padre Carlo), Giorgio Tonini (il tipografo Zonta), Cesare Michele Picardi (il capitano Rolli), Raffaella Carrà (Giuliana), Carlo Cabrini (il gappista), Rina Tadiello (la moglie del ferroviere).

Produzione: Tullio Kezich, Alberto Soffientini, per la 22 Dicembre-Galatea.

Direttore di produzione: Luigi Giacosi.

Distribuzione: Warner Bros.

Trama: Il film è ambientato a Venezia verso la fine del 1943. L’ingegnere Renato Braschi, esponente del Partito d’Azione, riesce a formare un Gruppo d’Azione Partigiana. Grazie all’aiuto di un parroco e di altri esponenti di altri partiti, l’ingegnere e gli aderenti al gruppo riescono a compiere un attentato contro i nemici tedeschi che occupano la città, la causa diretta di questo attentato sarà l’uccisione di venti cittadini veneziani sospettati, anche se non colpevoli, di aver aiutato o di far parte del G.A.P. Il CLN, un’assemblea che si riuniva di nascosto per discutere sulla difficile situazione della città e che impartiva gli ordini al gruppo, invita l’ingegnere alla prudenza per paura di nuove rappresaglie fasciste. Braschi si nasconde, come lui anche gli altri componenti del G.A.P. e del CLN cercano rifugio dalla polizia, e alcuni lo trovano presso la clinica di Ongaro, un loro compagno. L’ingegnere viene invitato all’esilio, cerca la fuga insieme ai componenti del CLN ma vengono tutti scoperti e catturati; solo Ongaro riesce a salvarsi.

Commento: Il film illustra la situazione di Venezia nel 1943 quando i tedeschi la occupavano e spesso facevano delle rappresaglie contro il popolo. Per opporsi a questa situazione intervenne il CLN che si riuniva in posti segreti come la biblioteca dell’università o un vecchio magazzino, questo avendo un esponente per partito, deliberava le indicazioni da dare al capo e all’esecutore del Partito d’Azione Partigiana. Gli strumenti con i quali agivano erano rudimentali ma ingegnosi, per esempio come si vede in una delle prime sequenze, veniva utilizzato dell’esplosivo che veniva introdotto all’interno delle bottiglie. Le armi che utilizzavano erano tutte fuori legge infatti solo la polizia o i soldati tedeschi erano autorizzati a possederle ed utilizzarle in caso di emergenza. Un particolare importante è quello del coprifuoco, in base al quale le persone non potevano uscire di casa dopo le 22, prima dell’attentato, dopo le 20, ad attentato compiuto; se un cittadino usciva dopo il coprifuoco, rischiava la vita.

La polizia locale controllava frequentemente i telefoni ed era molto efficiente infatti un minimo sospetto anche solo un numero di telefono faceva scattare la cattura e se la persona era sospettata di aver agito contro il regime poteva essere torturata od uccisa.

Nel film il modo in cui vengono uccisi alcuni dei sospettati dell’attentato è macabro ma purtroppo veritiero: nel mezzo della notte una barca guidata da soldati tedeschi si affianca a Riva degli Schiavoni, fa scendere gli ormai condannati e li fa avvicinare velocemente alla riva, con qualche colpo di mitraglietta li uccidono e poi si allontanano con la barca, lasciando i corpi inerti sulla riva.

Grazie alla pellicola si può notare l’atteggiamento ambiguo della Chiesa, infatti, dopo l’invito dell’esponente della Democrazia Cristiana di aiutare i quaranta veneziani catturati, il Patriarca non interviene; mentre nella sequenza iniziale, notiamo che solo grazie all’aiuto del prete l’azione contro il regime va a buon fine.

 UNA TESTIMONIANZA

Sergio Favretti: 1922-1961 (figlio di Pietro Favretti che fu un antifascista durante il Ventennio e partecipò all’attività clandestina durante la Resistenza. Fu ucciso a tradimento sull’uscio di casa nella notte fra il 7 e l’8 luglio del 1944). Cattolico praticante ma non aderente ad alcuna organizzazione cattolica, partigiano nel Bellunese. Pittore dilettante come il padre, allievo di Carena, dopo la guerra fu membro della sezione veneziana dell’Unione Cattolica Artisti Italiani.

Nell’ambito del suo ruolo di commissario di battaglione partecipò alla guerra partigiana attiva, lasciando una testimonianza scritta da parte di un suo compagno che successivamente scrisse il libro Polenta e sassi, ed altri scritti stampati nella raccolta di testimonianze scritta sempre da un suo ex commilitone Dalle vette al Piave. Questi ed altri scritti offrono uno spaccato di vita messa a rischio quotidianamente, con motivazioni delle più varie ma comunque legate per la maggior parte da un senso del "dover fare qualcosa", in senso di ribellione e di ricostruzione. Sono comunque solo storie di uomini che per scelta vogliono intervenire nella storia; nello specifico il ritratto che emerge a detta delle testimonianze è quello di una persona che, intervenuto con motivazioni di coscienza, nonostante la crudezza della lotta armata, non se ne dimentica;

"Non so, se tutto questo sia giusto, se sia vero che bisogna fare così. Sono nemici, hanno tradito, incendiato, incendiano le case ed i paesi e fucilano, impiccano, torturano i nostri. Ma io mi chiedo se anche noi possiamo fare così, ucciderli dopo un processo ma senza un prete, senza dargli il tempo di pentirsi e di salvarsi l’anima (…) anche loro sono uomini (…) io ho detto che non so. E’ bene o è male? Può darsi che sia bene e male nello stesso tempo?

(…) Ecco, lui adesso è morto. E’ una spia di meno e sono case che non bruceranno più. Ma che ne è di lui adesso? Si è pentito? Ha avuto la forza di pentirsi? E perché tutto così in fretta? Per questo dico che non so."

Qui critica il fatto che quanti erano condannati dai partigiani venissero uccisi senza preavviso, senza nemmeno leggergli il dispositivo di sentenza. Quando però, il suo capo lo accontentò, il condannato, udito il verdetto, si precipitò per la pendice verso il fondo valle; venne finito lo stesso, ma grazie a questo incidente tutti si convinsero che la pratica migliore fosse l’esecuzione senza preavviso.

Altro scritto parla di un episodio avvenuto nel 1944 riguardante l’impiccagione di un gruppo di partigiani.

"Era primavera, i primi giorni di primavera; giorni in cui la natura tutta intorno si ridesta tripudiando e nell’aria c’è qualcosa che richiama e ci invita a vivere, a godere con gioia …: di che?

Non si sa bene.

Ma se si guarda nel cielo, se si guarda pei campi e per i prati, il nostro animo si commuove.

Orbene, in uno di quei giorni, il paese ridente dall’alto del colle guardava lieto il tramontar del sole, nell’attesa della notturna quiete.

Ma dalla piana, quale improvviso a rapido vento di morte, si sparse una voce trista e cruda.

Ammutolì la natura, le cose, gli uomini; solo la campana dall’alto della torre, parea guardasse al basso ed al cielo e benedicesse lontano gli ultimi istanti della vita che moriva.

E di là, davanti al tramonto di sangue , erano i Martiri d’Italia; dai castagni in fiore pendeva la morte.

Ma ancora quelle spoglie straziate ed inerti, da quei corpi martoriati e spenti, s’ergeva, giovani Eroi, il vostro spirito, più forte, più bello, trionfante sui dolori della vita a guardare di lassù sul mondo che geme.

Un fremito di dolore passò nell’aria e nei petti, e più che l’indignazione prevalse lo sgomento.

Ora, voi che piangete, voi che imprecate atterriti, guardate alla loro fermezza; a loro che morirono col sorriso dei Martiri sulle labbra.

La loro morte è un trionfo; trionfo dello spirito sulla materia, sulla forza bruta.

Non li vedete voi lassù e belli e forti e splendenti, a consolarvi, ed incitarvi?

Su, dunque, chi ha un ferro l’affili,

chi un sopruso patì se l’ ricordi,

via da noi questo branco d’ingordi,

giù l’orgoglio del fulvo lor sir…

Che la spada della giustizia penetri tagliente e sicura a stroncare l’iniquità!

Che le ossa frementi dei nostri morti riposino ancora nella terra natìa liberata!

E’ primavera ancora, primavera di Martiri e di sangue, ma dal travaglio e dal dolore, dal vostro braccio, itala gente, dal vostro volere coraggioso, sgorghi alfine la vera primavera: quella della Patria."

A questa lettera scritta per ricordare dei compagni impiccati che aveva visto per caso, una mattina mentre stava andando in paese per comprare provviste rischiando di essere scoperto, possiamo affiancare un’altra lettera di un condannato della Resistenza, un giovane ragazzo di 19 anni (Bruno Parmesan) di Venezia che faceva parte di un gruppo di partigiani del Friuli e che fu condannato e ucciso nel 1945, egli scrive:

«Udine, 10 febbraio 1945

Caro Papà e tutti miei cari di famiglia e parenti,

dalla soglia della morte vi scrivo queste mie ultime parole. Il mondo e l'intera umanità mi è stata avversa. Dio mi vuole con sé.

Oggi 10 febbraio, il tribunale militare tedesco mi condanna. Strappa le mie carni che tu mi avevi fatto dono, perché hanno sete di sangue.

Muoio contento perché lassù in cielo rivedrò la mia adorata mamma. Sento che mi chiama, mi vuole vicino come una volta, per consolarmi della mia dura sorte. Non piangete per me, siate forti, ricevete con serenità queste mie parole, come io sentii la mia sentenza.

Ore mi separano dalla morte, ma non ho paura perché non ho fatto del male a nessuno; la mia coscienza è tranquilla.

Papà, fratelli e parenti tutti, siate orgogliosi del vostro Bruno che muore innocente per la sua terra.

Vedo le mie care sorelline Ida ed Edda che leggono queste ultime mie parole: le vedo così belle come le vidi l'ultima volta, col loro dolce sorriso. Forse qualche lacrima righerà il loro volto. Dà loro coraggio, tu Guido, che sei il più vecchio.

Quando finirà questa maledetta guerra che tanti lutti ha portato in tutto il mondo, se le possibilità ve lo permetteranno fate che la mia salma riposi accanto a quella della mia cara mamma.

Guido abbi cura della famiglia, questo è il mio ultimo desiderio che ti chiedo sul punto di morte. Auguri a voi tutti miei cari fratelli, un buon destino e molta felicità. Perdonatemi tutti del male che ho fatto. Vi lascio mandandovi i miei più cari baci.

Il vostro per sempre

Bruno»

Possiamo notare la differenza di queste due testimonianze, una scritta con l’intento di liberarsi di un peso, per rendere pubblico il dolore e gli orrori visti; l’altra è la lettera di un ragazzo che crede ancora negli ideali di libertà pur sapendo che presto verrà fucilato.

Dopo la fine della guerra il "Venezia", così Sergio era chiamato dai suoi compagni, ritornò nella sua città e li si dedicò alla pittura, grazie agli insegnamenti di Felice Carena.

 

FELICE CARENA


(Torino 1879 - Venezia 1966)

La vicenda artistica di Felice Carena è scandita dai suoi diversi luoghi di residenza: Torino, Roma, Firenze, Venezia. La frequentazione dell'ambiente culturale torinese lo accosta all'ambiente letterario, ruotante attorno alla figura di Graf, orientato verso l'intimismo e il Simbolismo. Negli anni successivi all'ottenimento del Pensionato artistico a Roma (1906), con il dipinto La Rivolta, grazie alla frequentazione con Giovanni Cena, direttore di Nuova Antologia, approfondisce le tematiche sociali della realtà dell'Agro Romano. Nell'interpretazione dei ritratti, realizzati con poche tonalità cromatiche, usa una ricercatezza di stile liberty. Alla Biennale Veneziana del '12 emergono soprattutto gli splendidi ritratti del fratello e della Baronessa Ferrero. In seguito si lega anche a Spadini, il quale, giunto a Roma nel 1910, eserciterà un notevole influsso sull'ambiente romano. Nelle mostre della Secessione, tra il '13 e il '15, si apre agli influssi della pittura francese, orientandosi nella composizione verso un taglio costruttivo piuttosto che realistico. Tra il 1916 e il 1918 la guerra interrompe la sua attività; alla ripresa Carena sente l'esigenza di un diverso impegno morale e sociale. Si trasferisce ad Anticoli e riprende a disegnare e dipingere figure e paesaggi rurali. Aspira però al far grande, alla grande composizione, alla pittura dei musei, rilegge perciò il Quattrocento e il Seicento italiano. Nel decennio tra il '20 e il '30, in molti di questi dipinti di grandi dimensioni il pittore sembra voler rintracciare un correttivo allo straripare di una natura espressa con sentimento. Intanto Carena sviluppa anche una tematica religiosa da intendersi come rovescio di quella arcadica: qui infatti il pittore esalta i contenuti di una travagliata spiritualità. Nel 1924 gli viene conferita la cattedra di pittura all'Accademia di Belle Arti di Firenze, dove si trasferisce e dove rimarrà fino al 1946. Alla sua scuola si formano pittori come Capogrossi. Sono gli anni della gloria, in cui il far grande careniano trova il sostegno del gruppo del Novecento. Negli anni successivi alla Biennale veneziana del 1926, alla quale partecipa con cinquanta opere, si volge verso una maggiore semplicità, rivelata in opere quali Famiglia sotto la pergola (Galleria Comunale d'Arte Moderna). Dal 1930 in poi è fortemente presente nella sua pittura un contenuto lirico, che si giustifica come corrispettivo artistico delle poetiche legate alla rivista Solaria. Dagli anni '40 si può parlare di realismo poetico. Dal '46 si stabilisce a Venezia. Nella sua pittura si allarga lo spazio delle nature morte, diversamente intese da quelle degli anni '20, come Banane (della Galleria Comunale di Roma) del 1916, ancora vicina ai fauves e a Gauguin oppure dalla Natura morta del 1920 (sempre della Galleria di Roma) suggestionata dalla metafisica. Nell'ultimo periodo della sua vita assumono infine grande importanza i disegni di soggetto sacro.

 

Durante il periodo di permanenza a Venezia, aiutò Sergio Favretti a perfezionare la sua tecnica e anche ad allestire delle mostre nella città: